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Umberto Cariboni

Capo Sezione Chirurgia Toracica Avanzata IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano Senologo

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Post-Covid: il rischio della sindrome da intubazione

18 Maggio 2021

IL FENOMENO: Pre pandemia la sindrome tracheale era un evento raro, 1 caso su 1000 ricoveri in terapia intensiva.

di Francesca Cerati da Il Sole 24 Ore

La percezione di chi è stato dimesso dall’ospedale dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva per Covid-19 è quella di essere usciti da un incubo. Che, per alcuni, sembra però non avere fine.

La difficoltà a respirare permane ed è un’altra pesante conseguenza del post-covid: si chiama sindrome da intubazione, o tracheale, e sta assumendo dimensioni importanti.

La sindrome tracheale è la formazione di una fibrosi all’interno della trachea, che restringendo il lume riduce il passaggio dell’aria che dalla bocca arriva ai polmoni – spiega Umberto Cariboni, responsabile della sezione di Chirurgia toracica dell’istituto Humanitas di Milano – così come dopo un taglio si forma una cicatrice, lo stesso succede quando un paziente viene sollecitato per lungo tempo dalla cannula da intubazione o viene tracheostomizzato: una volta tolto il tubo iniziano i processi di riparazione.

In letteratura, prima della pandemia, la sindrome tracheale era un evento abbastanza raro, un caso su mille ricoveri in terapia intensiva; ora invece sono molti di più.

Nell’ultimo anno sono arrivati alla nostra osservazione più di 20 casi – continua Cariboni – e sono però pochi i centri che si occupano di questa patologia. Da qui, l’idea di creare il Tracheal team, un ambulatorio polispecialistico dove afferiscono otorino, chirurghi, radiologici che si occupano di trachea e di avviare uno studio multicentrico che coinvolge una decina di ospedali lombardi per sensibilizzare i colleghi e studiare in maniera scientifica il fenomeno.

Lo studio ha una componente osservazionale, in cui tutti i pazienti che sono stati intubati o trachestomizzati vengono seguiti una volta dimessi e a distanza di due mesi vengono sottoposti a una tac e una spirometria.

Nel caso di stenosi, il paziente viene mandato nell’ambulatorio del Tracheal team. Ma lo studio ha anche una componente retrospettiva. Stiamo analizzando tutti i pazienti che fino a dicembre sono stati ricoverati in terapia intensiva per intercettare coloro che hanno sviluppato questa complicanza e di conseguenza trattarli.

Il fattore tempo è infatti un parametro importante – spiega Cariboni.

È possibile intervenire in due modi: se la stenosi non è eccessiva, si opera in endoscopia con un broncoscopio per disostruire il canale tracheale con il laser; altrimenti si deve intervenire chirurgicamente: si elimina la parte ristretta (resezione tracheale) e poi si ricollegano le due parti sane della trachea.

Ad oggi, quest’ultima è l’indicazione principe, con un successo del 95-98 per cento. Il laser è indicato invece quando il problema è limitato, con una percentuale di riuscita intorno al 50% a causa delle recidive.

Post-Covid: il rischio della sindrome da intubazione

18 Maggio 2021

IL FENOMENO: Pre pandemia la sindrome tracheale era un evento raro, 1 caso su 1000 ricoveri in terapia intensiva.

di Francesca Cerati da Il Sole 24 Ore

La percezione di chi è stato dimesso dall’ospedale dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva per Covid-19 è quella di essere usciti da un incubo. Che, per alcuni, sembra però non avere fine.

La difficoltà a respirare permane ed è un’altra pesante conseguenza del post-covid: si chiama sindrome da intubazione, o tracheale, e sta assumendo dimensioni importanti.

La sindrome tracheale è la formazione di una fibrosi all’interno della trachea, che restringendo il lume riduce il passaggio dell’aria che dalla bocca arriva ai polmoni – spiega Umberto Cariboni, responsabile della sezione di Chirurgia toracica dell’istituto Humanitas di Milano – così come dopo un taglio si forma una cicatrice, lo stesso succede quando un paziente viene sollecitato per lungo tempo dalla cannula da intubazione o viene tracheostomizzato: una volta tolto il tubo iniziano i processi di riparazione.

In letteratura, prima della pandemia, la sindrome tracheale era un evento abbastanza raro, un caso su mille ricoveri in terapia intensiva; ora invece sono molti di più.

Nell’ultimo anno sono arrivati alla nostra osservazione più di 20 casi – continua Cariboni – e sono però pochi i centri che si occupano di questa patologia. Da qui, l’idea di creare il Tracheal team, un ambulatorio polispecialistico dove afferiscono otorino, chirurghi, radiologici che si occupano di trachea e di avviare uno studio multicentrico che coinvolge una decina di ospedali lombardi per sensibilizzare i colleghi e studiare in maniera scientifica il fenomeno.

Lo studio ha una componente osservazionale, in cui tutti i pazienti che sono stati intubati o trachestomizzati vengono seguiti una volta dimessi e a distanza di due mesi vengono sottoposti a una tac e una spirometria.

Nel caso di stenosi, il paziente viene mandato nell’ambulatorio del Tracheal team. Ma lo studio ha anche una componente retrospettiva. Stiamo analizzando tutti i pazienti che fino a dicembre sono stati ricoverati in terapia intensiva per intercettare coloro che hanno sviluppato questa complicanza e di conseguenza trattarli.

Il fattore tempo è infatti un parametro importante – spiega Cariboni.

È possibile intervenire in due modi: se la stenosi non è eccessiva, si opera in endoscopia con un broncoscopio per disostruire il canale tracheale con il laser; altrimenti si deve intervenire chirurgicamente: si elimina la parte ristretta (resezione tracheale) e poi si ricollegano le due parti sane della trachea.

Ad oggi, quest’ultima è l’indicazione principe, con un successo del 95-98 per cento. Il laser è indicato invece quando il problema è limitato, con una percentuale di riuscita intorno al 50% a causa delle recidive.

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